HAWAII, TUTTO QUELLO
CHE C’È DA SAPERE

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Collane di fiori, saluti romantici, danze sinuose, spiagge infinite e forse Mago Merlino sono le prime cose che vengono in mente a chiunque senta nominare le Hawaii. Un arcipelago di otto isole vulcaniche che è anche uno Stato a sé, per la precisione il cinquantesimo degli Stati Uniti d’America nonché l’unico a raccogliere una collettività di asioamericani data la posizione nel bel mezzo del Pacifico. Si tratta del centro popolato più isolato sulla faccia della Terra: la California è a 3.900 chilometri di distanza, il Giappone a 6.000, la Cina a quasi 8.000.

Il primo a esplorarle a fondo fu James Cook, che vi venne anche ucciso mentre cercava di prendere in ostaggio alcuni locali per farsi restituire una scialuppa che a suo dire gli avevano sottratto. Il contatto con gli europei non fu particolarmente piacevole: le malattie importate dal vecchio continente decimarono la popolazione, che venne poi unificata dal re Kamehameha, peraltro disegnatore della bandiera nazionale (una Union Jack nell’angolo e otto strisce a simboleggiare le otto isole principali dell’arcipelago). Seguirono vari tentativi del mondo anglosassone di imporre il proprio protettorato, mentre le isole venivano governate da un susseguirsi di re e regine hawaiani particolarmente benvoluti (tant’è che i locali festeggiano ricorrenze in loro onore ancora oggi).

Tutto questo fino al 1893, quando un gruppo di abitanti stranieri imprigionò l’ultima regina offrendo le Hawaii agli Stati Uniti, allo scopo di ridurre i dazi sulle importazioni della canna da zucchero – di cui il territorio hawaiano proliferava grazie alle coltivazioni intraprese dai primi immigrati. La regina abdicò, gli USA rifiutarono la proposta in virtù dell’illegalità della manovra e i rivoluzionari fondarono la Repubblica delle Hawaii. Repubblica che venne nuovamente offerta agli Stati Uniti all’indomani della guerra contro la Spagna, che aveva marchiato con stelle e strisce Porto Rico e le Filippine. L’offerta venne accettata, ma dovettero passare oltre sessant’anni e la morte di circa 2.500 soldati americani a Pearl Harbor perché il Congresso statunitense accettasse formalmente le Hawaii come cinquantesimo Stato federato, il 21 agosto 1959.

Oggi le Hawaii vivono di turismo e agricoltura (ananas e canna da zucchero, in aumento il caffè, che le Hawaii sono l’unico Paese USA a produrre) nonché sovvenzioni federali data la forte presenza militare. Due le lingue ufficiali, inglese e hawaiano, quest’ultima con un alfabeto composto da sole tredici lettere; moltissime etnie (giapponesi, cinesi e filippini ma anche europei, americani e ispanici) e diverse le religioni praticate, che includono cristianesimo, buddismo ed ebraismo. A influenzare la vita degli abitanti è però, oltre alla religione, anche lo sciamanesimo, una filosofia in cui lo sciamano, maestro di vita, si impegna a risolvere le disarmonie esistenziali praticando tecniche basate sull’amore e la cooperazione. Ma le Hawaii sono famose anche grazie allo spirito Aloha, che, palpabile in ogni angolo, spinge gli abitanti alla cordialità, all’ospitalità e alla spontanea condivisione con il prossimo.

Le Hawaii sono spuntate dal mare in seguito a una serie ripetuta di eruzioni vulcaniche, ragion per cui gli astronauti della NASA negli anni sessanta si “allenarono” su questo suolo per prepararsi allo sbarco sulla luna. In origine, una volta raffreddatasi la lava, le isole si presentavano totalmente deserte e spoglie. Flora e fauna, all’inizio inesistenti, comparvero grazie al vento e agli uccelli, primi “importatori” di semi, diventati poi fitte foreste grazie alla fertilità del suolo vulcanico.

In seconda battuta arrivarono i polinesiani, portando nuove piante e animali, che una volta sul territorio hawaiano hanno poi sviluppato forme e specie nuove e indipendenti per adattarsi al contesto naturale. Poco abituate all’idea di doversi difendere data l’assenza di predatori, molte delle specie originarie sono oggi in estinzione; le isole offrono tuttavia una varietà sterminata di flora e fauna ancora oggi, anche grazie alle diverse zone climatiche che le caratterizzano.

Non a caso Elvis Presley vi dedicò una canzone e si esibì in uno show – Elvis: Aloha from Hawaii – visto da circa un miliardo di persone, non a caso Michael Jackson fu il primo a registrare il tutto esaurito all’Aloha Stadium nel 1997, non a caso Mark Twain ne parlò così, elogiando la capacità lì acquisita di fregarsene di tutto il resto: “I went to Maui to stay a week and remained five. I never spent so pleasant a month before, or bade any place goodbye so regretfully. I have not once thought of business, or care or human toil or trouble or sorrow or weariness, and the memory of it will remain with me always”. 

Le meraviglie che accoglieranno i fortunati in visita vanno in qualche modo ricambiate, quantomeno mostrando, nelle piccole cose, rispetto e attenzione. Ad esempio, non chiamateli hawaiani. Il termine è utilizzato per indicare esclusivamente le persone autoctone fino al midollo, di pura discendenza hawaiana. Che rappresentano meno del 10% della popolazione. Tutti gli altri sono locals, che include persone di provenienza asiatica, caucasica e di origini miste. Imparate qualche parola locale e utilizzatela, da aloha (ciao, ma anche arrivederci, ma anche generica profusione di amore), mahalo (grazie), mele kalikimaka me ka hou’oli makahiki hou (buon natale e felice anno nuovo – ma forse è troppo). Qui vi avevamo spiegato come è usanza salutarsi.

Ricordatevi che la gemma tipica, il corallo nero, è tecnicamente un animale. Ricordate che è illegale andare in giro con un serpente (sono presenti solo negli zoo); apprezzate il fatto che le Hawaii siano uno dei quattro Stati americani ad aver bandito i cartelloni pubblicitari. Non rifiutate mai una corona di fiori, non toglietela in presenza di chi ve l’ha donata e non buttatela via: va al massimo restituita alla terra, laddove i fiori hanno avuto origine. Tuttavia non offritela a una donna incinta: ricorda il cordone ombelicale attorno al collo del piccolo, porta malissimo.

Adottate i loro ritmi serafici, non mostratevi con il consueto fare sclerato nel traffico del lunedì mattina. Se proprio non volete rilassarvi andate a sciare: l’isola principale, Big Island, presenta otto delle tredici zone climatiche che caratterizzano il Paese, passando da umidità, monsoni, semi-secco e perfino tundra. In mezzo a questo marasma meteorologico c’è Mauna Kea, montagna vulcanica dove praticare sci e snowboard, pregustando con la mente l’aperitivo che vi potrete godere, poche ore dopo, in riva al mare.

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(in omaggio una guida Lonely Planet)

  

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