ISOLE KERAMA,
PARADISO INESPLORATO

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Il Giappone, si sa, è il Paese dei contrasti. Caotico e ordinato, lascivo e rigoroso, antico e moderno, denso e sconfinato, mattiniero e nottambulo, perennemente avvolto dal fascino dell’eterna contraddizione fra tradizione millenaria e cultura avanguardista. Chi non c’è mai stato abbina al Giappone una serie sconfinata di elementi più o meno turistici: le luci rosse di Tokyo, la fioritura dei ciliegi, le vetta innevata del Monte Fuji, la foresta urbana di Sapporo, i santuari di Kyoto, la baldoria di Osaka, gli incontri di sumo, il sushi, il sake, i tatami, il kimono. L’unica cosa che difficilmente accade nella mente di chi guarda al Giappone come meta turistica è associare la perla del Sol Levante alle vacanze al mare. Ebbene, non c’è niente di più sbagliato.

Sì perché a una trentina di chilometri a sud-ovest dalla prefettura di Okinawa sorge un vero e proprio paradiso terrestre: benvenuti alle Isole Kerama, un arcipelago di 22 isole – dichiarato parco nazionale nel 2014 – che nulla hanno da invidiare ai più inflazionati lidi caraibici e maldiviani. Oltre 250 specie di coralli, acque tra le più limpide al mondo, pesci tropicali, megattere, tartarughe marine, temperature mai al di sotto dei 20 gradi. Un paradiso, peraltro, ancora largamente inesplorato: benché facilmente raggiungibili in traghetto dal porto di Naha, solo quattro delle isole sono abitate.

C’è Tokashiki, che con i suoi 740 abitanti è la più grande e popolosa dell’arcipelago. Profilo collinare e affaccio su un mare cristallino, trasparente anche a 50-60 metri di profondità, rendono l’isola meta ideale degli amanti di diving e snorkeling. Spiagge attrezzate si alternano a lidi incontaminati, agenzie specializzate organizzano immersioni nei luoghi più adatti e tour di osservazione delle megattere agli albori della primavera.

La seconda per dimensione è Zamami: acqua turchese, scorci panoramici e colline boscose lasciano ampia scelta tra nuoto, passeggiate ed escursioni in bicicletta o scooter. Da qui è anche possibile salire a bordo di “taxi marini” che conducono a un piccolo gruppo di isole totalmente disabitate a sud di Zamami: qui è concesso lo snorkeling ma vietato il diving, per non danneggiare la rigogliosa barriera corallina che affiora a filo d’acqua.

Ci sono poi Aka-jima e Geruma-jima, rispettivamente 250 e 60 abitanti. Collegate da un ponte, sono più tranquille e meno frequentate dai turisti, seppur inspiegabilmente: il promontorio Nakatake Peak offre una vista panoramica a 360° dell’isola, la spiaggia di finissima sabbia bianca di Nishihama è tra le più belle del Giappone (e non solo), al punto che è stata scelta quale habitat ideale dalla specie protetta dei cervi di Kerama.

Gli scenari che si stagliano davanti agli occhi di chi sceglie le isole Kerama sono l’ennesimo, sorprendente contrasto che caratterizza il Giappone. Il senso di pace che si respira in questi luoghi ha infatti il sapore di chi, quella pace, se l’è dovuta ricostruire.

Se nel 1200 le Isole Kerama rappresentavano il principale snodo commerciale per gli scambi tra Okinawa e la Cina e agli inizi del 1900 l’arcipelago prosperava grazie all’attività di pesca, con la II Guerra Mondiale le cose cambiarono drasticamente. A fine marzo ’45 le forze statunitensi atterrarono su queste isole, preludio alla sanguinosa Battaglia di Okinawa. I militari nipponici, al fine di preservare le scorte di cibo senza doverle condividere con i civili, iniziarono a minacciare questi ultimi preannunciando le terribili violenze che avrebbero subìto dagli Alleati, nonché la pena di morte a cui sarebbero andati incontro se si fossero ribellati alle loro indicazioni. La popolazione, impotente e terrorizzata, commise un enorme suicidio di massa: oltre 600 isolani si tolsero la vita, spesso utilizzando granate fornite dallo stesso esercito giapponese e solo dopo aver ucciso tutti gli altri membri della propria famiglia. I bombardamenti via aria e via mare distrussero case ed edifici, riducendo le isole ad ammassi quasi disabitati di rovine. Oggi, la Tower of Peace svetta 131 metri sul livello del mare a Zamami, in memoria di chi perse la vita. I residenti rimasti attraversarono periodi estremamente difficoltosi, ma negli anni successivi le isole si ripresero, puntando sull’ecoturismo quale attività economica trainante.

Con grande successo, possiamo dire oggi, e con altrettanto, immancabile rispetto per quei luoghi: escludendo il periodo di alta stagione, persino gli stessi giapponesi sfruttano limitatamente l’arcipelago, considerandolo come un gioiello naturalistico da proteggere, un luogo lontano da tutto ciò che si conosce, in cui il tempo sembra essersi fermato e in cui l’uomo, nonostante tutto, non ha lasciato traccia.

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(in omaggio una guida Lonely Planet)

  

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