MAROCCO,
UNA STORIA MILLENARIA

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Una storia intensa e lunghissima, un susseguirsi di dominazioni diverse e tuttavia incapaci di intaccare la tradizione autoctona. Antichi splendori si incastrano in una modernità ancora in evoluzione: il Marocco è una terra ricca di risorse, dove la maestosità delle città imperiali si alterna al fascino berbero della kasbah, la frenesia dei souk al silenzio delle moschee, la preziosità dei rigogliosi giardini urbani alla magica desolazione del deserto, la saturazione accecante dei colori alla penetrante intensità dei profumi.

Oggi il Marocco è una monarchia costituzionale, con una popolazione tutt’altro che omogenea dal punto di vista etnico. Di particolare rilevanza sono gli scontri tra Berberi autoctoni, che da millenni devono fare i conti con dominazioni straniere e persecuzioni, e Arabi, ultimi e più importanti conquistatori. Scontri dovuti soprattutto alla mancanza di un’equa distribuzione della ricchezza e una generica mancanza di tutela delle popolazioni autoctone. I contrasti si sono ridimensionati solo negli ultimi anni, grazie alla politica “modernizzatrice” del Re Mohammed VI: durante la Primavera Araba del 2011 è stata riconosciuta per la prima volta la multiculturalità del Marocco, con maggiori tutele delle tradizioni e usanze berbere e il riconoscimento della loro lingua (fino a quel momento molto osteggiata). Non solo Berberi: la nuova Costituzione ha riconosciuto anche la minoranza ebraica, la più popolosa del mondo arabo. Una minoranza vitale per la storia del Paese: prima del riconoscimento dello stato di Israele nel 1948 il Marocco contava quasi 300 mila ebrei, il 10% della popolazione del tempo, che l’allora monarca Mohammed V protesse dalle persecuzioni naziste rifiutandosi di applicare le leggi antisemite nel Paese. Lo stesso consigliere dell’attuale Re, André Azoulay, diplomatico e uomo d’affari nato in Marocco ed educato a Parigi, è ebreo.

Di strada per arrivare qui, il Marocco, ne ha fatta. Abitato sin dal neolitico dai Berberi, il Paese è stato palcoscenico di un susseguirsi di dominazioni che ne hanno plasmato territorio e cultura. Fenici, Cartaginesi e Romani hanno costruito porti, introdotto tecniche agricole, realizzato grandiose opere urbane e civili e sviluppato il commercio. Tutto ciò fino al V secolo, quando i Vandali, popolazione di origine germanica proveniente dalla Spagna, approda in Marocco e distrugge pressoché ogni cosa incontri sul proprio cammino. È nel 788, con l’arrivo degli Arabi, che la storia del Paese cambia per sempre: tradizione vuole che Idris I, discendente diretto di Maometto in fuga dal repressivo califfato orientale, si sia rifugiato in Marocco, dove inizia a diffondere la religione islamica creando il primo stato musulmano indipendente dal califfato stesso. Il Paese progredisce, Fez ne diventa capitale nonché principale centro religioso ed economico. Il benessere dura circa 200 anni, quando la dinastia di Idris viene spodestata e le tribù berbere provenienti dal Sahara invadono il nord e fondano la città di Marrakech, appena prima che i coloni francesi, inglesi e spagnoli inizino a interessarsi a questo angolo di nord Africa. È proprio qui, tra la “città rossa” e le dune del Sahara marocchino, che è doveroso soffermarsi.

Marrakech va vissuta perdendosi tra i tortuosi vicoli della Medina, la città storica cinta da mura rosate che ospita il pittoresco souk, un dedalo di vitalità in cui odori e colori si sfidano nell’inebriare i sensi di chi lo attraversa. Unico vero dogma: la negoziazione. Chi ci ha vissuto lo sa: i marocchini sono eccellenti venditori, si risentono davanti a un cliente che non cerca di trattare il prezzo di qualunque cosa gli propongano e rispondono con un sorriso amichevole a chi fa notare l’eventuale assurdità della loro proposta commerciale. Marrakech è anche dimenticare il caos tra piante rare, cactus vertiginosi, fiori di loto, laghetti e fontane nel giardino Majorelle, tra i cui edifici blu cobalto e giallo vivo furono sparse le ceneri del suo ultimo proprietario, lo stilista Yves Saint Laurent. Immancabile è la vista di piazza Jemaa el-Fna, tutelata dall’UNESCO quale patrimonio orale e immateriale dell’umanità: cuore pulsante della città, di giorno offre uno spettacolo vivente fatto di incantatori di serpenti, cartomanti, tatuatori di henné, erboristi, ammaestratori di scimmie, venditori d’acqua, maghi e cantastorie; dopo il tramonto, questi lasciano spazio a danzatori, musicisti, acrobati e mangiafuoco, e al comparire dei tipici ristori all’aperto dove sperimentare, per pochi dirham, tutti i sapori della cucina marocchina.

Cucina marocchina che non è solo cous cous e the alla menta, ma rappresenta un’esperienza gastronomica a tutto tondo, carica delle influenze provenienti dalla tradizione araba, moresca, berbera e ispanica. È una cucina decisa, saporita, che esalta la terra, ricca di piatti tipici. C’è il baghrir, leggerissima crepes bucherellata, ideale da ricoprire di burro e marmellata a colazione; la tanjia, piatto tipico di Marrakech con agnello, zafferano e limone candito, cucinato per diverse ore – esclusivamente dagli uomini, come vuole la tradizione – in una giara di terracotta nel forno che scalda gli hammam, i tipici complessi termali della città. C’è la pastilla, uno sformato agrodolce che si ama o si odia, fatto di carne di piccione, spezie e aromi e arricchito con mandorle tostate, zucchero e cannella; c’è la zuppa harira, simbolo della conclusione del ramadan, fatta di polpa e costine di agnello, ceci, lenticchie, cipolle e pomodori accompagnati da riso bollito o pasta; ci sono le khabar, polpette di manzo e verdure servite su petali di rosa; c’è la shebakia, dolce a forma di fiore preparato con farina, uova, zafferano, anice, mandorle e cannella, fritto e cosparso di miele e semi di sesamo, che avendo un forte apporto energetico viene preparato spesso durante il ramadan.

Discrete riserve energetiche sono necessarie anche a chi sceglie di visitare il Sahara in un modo che vada un po’ oltre il pittoresco tour sui dromedari. Il più vasto deserto caldo della Terra incontra il Marocco nella parte meridionale, là dove la presenza umana si fa più rarefatta e il presidio è affidato alla popolazione autoctona dei Berberi. Divisi in tre sottogruppi – Rifiin nella regione del nord, Tamazirght nel centro e Sousin al sud – i Berberi in realtà non amano particolarmente questo termine, poiché deriva dalla connotazione greco-romana utilizzata per indicare coloro che non parlavano latino né greco. Chiamateli Imazighen, ovvero “uomini liberi”. Liberi di usare una lingua diversa dall’arabo ma ufficialmente riconosciuta, liberi di cercare ogni giorno un posto migliore in cui fermarsi, liberi di basare su semplici elementi naturali le loro più importanti decisioni, liberi di fare del tempo che scorre uno strumento anziché un vincolo, liberi di vedere il tutto là dove il resto del mondo vede il nulla. Liberi perché guidati da nient’altro che il movimento del sole, del vento e delle stelle: di giorno la loro bussola sono le ombre, la direzione dei raggi solari e le dune di sabbia, che formandosi a 90° rispetto alla direzione del vento prevalente permettono di riconoscere i punti cardinali; di notte sono l’Orsa Maggiore o Cassiopea a indicare il luminoso nord della stella Polare; fondamentale anche l’olfatto, per individuare falò accesi, così come la luce della luna che colpisce le (rarissime) formazioni rocciose.

Tradizioni millenarie e mai scritte, terre di tutti e di nessuno, popoli tribali ma perfettamente organizzati: un viaggio nel deserto marocchino non solo non lascia indifferenti, ma permette anche di ribaltare parecchie delle convenzioni occidentali. Ad esempio, chi è il vero nomade? I Berberi, che da millenni hanno fatto del deserto la loro casa, seppur priva di muri e recinzioni, o noi occidentali, che chiamiamo casa ogni meta dei nostri frenetici spostamenti?

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(in omaggio una guida Lonely Planet)

  

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