MARTINICA, L’ISOLA FRANCESE
DEI CARAIBI

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Se alla parola “Caraibi” vi vengono alla mente soltanto i pirati e il reggae dovete decisamente rivedere la vostra forma mentis, dato che c’è un posto in cui è molto più probabile incontrare per le strade neoimpressionisti che fischiettano la Marsigliese. Ok, forse è eccessivo, ma il clima che si respira alle Antille Francesi è un connubio perfettamente riuscito tra l’organizzazione e il comfort europei e le location da sogno tropicale che tutti abbiamo in mente.

Queste isole costituiscono un dipartimento d’oltremare francese, che insieme a quelli britannici e olandesi fanno parte di quell’arco insulare che idealmente congiunge il sud della Florida e le coste del Venezuela. Cullate dall’Atlantico da un lato e dal Mar dei Caraibi dall’altro, le Antille Francesi sono sostanzialmente quattro: Saint-Martin, Saint-Barthélemy, Guadalupa e Martinica.

È su quest’ultima che ci focalizziamo, a partire dal nome: pare che Colombo, scoprendola agli albori del 1500, le avesse dato questo nome in onore di San Martino. Gli abitanti di allora, gli Indiani dei Caraibi Arawaks, la chiamavano però Madinina, ovvero sia “isola dei fiori”. Non a caso: Martinica è ricoperta da un floridissimo manto vegetale, che la rende un giardino a cielo aperto in ogni periodo dell’anno. Non c’è, in effetti, un momento in cui sia sconsigliato visitarla: il clima, pur essendo tropicale, risulta mite 12 mesi su 12 poiché perennemente rinfrescato dagli alisei. Tuttavia la stagione secca – da gennaio ad aprile – è preferibile, per scongiurare ogni rischio di perturbazione.

L’ideale sarebbe poi capitarvi in vista del Carnevale, festa particolarmente sentita, durante la quale le piazze si riempiono di carri allegorici e maschere, molte delle quali derivanti da tradizioni paragonabili a quelle veneziane (dai burattini in legno ai costumi in foglie di banane secche, dalla donna seducente che conduce l’uomo alla morte ai “diavoli rossi”, ispirati a maschere africane).

Martinica è anche ricca di storia, in un modo raro e inusuale per un’isola tropicale. Eterna colonia francese con qualche sprazzo di dominazione britannica, vide dapprima l’implementazione di piantagioni di canna da zucchero, caffè e cacao e poco dopo l’importazione di schiavi provenienti dall’Africa. Schiavitù che venne abolita nel 1848, a seguito di un’insurrezione generale che ancora oggi viene commemorata dagli abitanti dell’isola. Solo nel 1946 abbandona lo stato di colonia e assume quello di regione francese a tutti gli effetti, riuscendo a non perdere mai del tutto la propria identità e tradizione.

Identità e tradizione raccolte in una serie di edifici storici, in gran parte presenti nella capitale Fort-de-France: la Biblioteca Schoelcher e la cattedrale Saint-Louis, opere di un architetto della bottega di Gustave Eiffel, il Museo di Archeologia, quello di Storia ed Etnografia, la chiesa in pietra di Le Marin, il monastero dominicano di Fond Saint-Jacques, la Fortezza Dubuc. Una storia che narra almeno per tutto l’Ottocento di sfarzo e ricchezza, città animate, teatri pieni ed editoria prolifica, grazie anche e soprattutto all’enorme produzione di canna da zucchero, un tempo pagata a peso d’oro.

Il tutto si interrompe nel 1902, quando il vulcano Peleé, che domina l’isola con i suoi 1.397 metri, erutta all’improvviso radendo al suolo l’antica capitale, Saint-Pierre, un tempo chiamata “la Parigi delle Antille”. Il vulcano, ancora oggi in attività e per questo costantemente monitorato da appositi centri sismologici, uccide tutti i suoi abitanti ad eccezione di Auguste Cyparis, un detenuto salvatosi grazie alle spesse pareti della sua cella. Sono ancora visibili le rovine della vecchia città, affiancate oggi dalla città nuova, completamente ricostruita cercando di non stravolgere le sembianze originarie.

Di fianco a tanta storia, l’aspetto naturalistico non manca affatto: lo scrigno verde del selvaggio nord, fatto di ruscelli, cascate e alberi secolari, piantagioni di ananas e banane e spiagge nere di origine vulcanica, in pieno contrasto con il sud, dorato e luminoso, in perfetto stile caraibico, fatto di baie incontaminate e piscine naturali di acqua tiepida, ideale per le immersioni tra coralli, pesci tropicali e stelle marine. Scogli solitari che si stagliano sul mare (come Le Diamant, rifugio di numerose specie di volatili e garante di prodigiosi panorami), gole vertiginose, piante e fiori di ogni tipo e siti di cultura pre-colombiana si affiancano ad ambienti rurali, fatti di villaggi di pescatori e centri di artigianato locale.

Ma quest’isola è famosa anche (forse soprattutto) per la produzione di rum di altissima qualità: realizzato in una serie di innumerevoli distillerie sparse per l’isola, si è guadagnato non solo un museo dedicato nella città di Sainte-Marie, nel mezzo di una piantagione di canna da zucchero (dal cui succo si ricava direttamente questo tipo di rum) in cui è possibile degustare e acquistare il prodotto, ma anche, dal 1996, la denominazione di origine controllata AOC Rhum Agricole Martinique. È l’unico rum del mondo ad averla ottenuta, il che lo rende patrimonio nazionale a tutti gli effetti.

I vantaggi non si esauriscono qui: per la Martinica partono ogni giorno voli diretti da Parigi, non serve il passaporto (basta infatti la carta d’identità) né cambiare valuta, non c’è bisogno di vaccini o profilassi e, per chi volesse noleggiare un’auto, sarà ben accetta la patente italiana. Le città pullulano di bancomat e e internet point e le strade sono in ottimo stato (qualche problema pare esserci con la puntualità dei mezzi pubblici, ma da Milano in giù ci si è piuttosto abituati); la Martinica dispone anche del miglior sistema sanitario di tutti i Caraibi, con farmacie fornitissime, presenti in ogni comune e dotate di tutti i prodotti presenti in Europa. Un solo consiglio: non parlate troppo bene di Giuseppina Bonaparte, al secolo Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie. Nata a Martinica, che infatti ospita un piccolo museo a lei dedicato, è ricordata soprattutto per aver spinto il marito a reintrodurre la schiavitù nelle Antille dopo che la Rivoluzione Francese l’aveva abolita. Per dare un’idea, A Fort-de-France c’è un suo monumento, che è stato decapitato nel 1991 senza che la testa venisse mai ripristinata. Del resto, liberté viene prima di fraternité.

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(in omaggio una guida Lonely Planet)

  

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