TAHITI E MOOREA,
DUE PASSI IN PARADISO

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Dimenticate il cliché delle coppie in luna di miele: la Polinesia Francese è un paradiso selvaggio tutto da esplorare, che alterna atolli disabitati a isole commerciali, in cui si può assaporare la magia della navigazione, passeggiare su vulcani spenti ricoperti di piantagioni di palme da cocco e banani, assaggiare il tonno rosso marinato con latte di cocco fresco, visitare le piantagioni di vaniglia, imparare le tecniche originali dei tatuaggi maori, nuotare tra coralli, mante e tartarughe e sì, proprio come ci si immagina, sentirsi dall’altra parte del mondo in tutti i sensi possibili.

La Polinesia Francese è una collettività d’oltremare della Repubblica Francese, composta da 118 isole di cui 67 abitate, per una superficie pari a quelle di Londra e Parigi messe insieme ma disperse su un’area oceanica grande cinque volte la Francia. Le isole sono raggruppate in cinque arcipelaghi: le Isole della Società, con le Isole del Vento (tra cui Tahiti e Moorea) e del Sottovento (tra cui Bora Bora), le Isole Australi, le Isole Marchesi, le Isole Gambier e le Isole Tuamotu.

Raggiunte intorno al 1300 a.C. da navigatori provenienti dal sudest asiatico, le isole polinesiane vengono scoperte dagli europei dapprima nel 1500, quando Magellano attraversa l’allora Mar delle Indie (ribattezzato da lui Oceano Pacifico per via delle acque particolarmente calme), e successivamente dall’inglese Samuel Wallis, a cui è attribuito il primo approdo a Tahiti nel 1767. Prima d’allora, le isole erano suddivise in piccoli regni, il più importante dei quali era quello della dinastia dei Pomare. Per diverso tempo le isole hanno attratto l’interesse esclusivo di missionari cattolici e protestanti, fino a che la Francia non impose il suo protettorato alla regina Pomare IV, cacciando i missionari e arginando ogni tentativo di colonizzazione inglese.

Mete imprescindibili (ed economicamente più accessibili) Tahiti e Moorea. Tahiti è la regina dell’arcipelago, di cui è centro economico, culturale e politico. Ospita la capitale della Polinesia Francese, Papeete, movimentata e ricca di resort, ristoranti, mercati storici, musei, negozi di perle e boutique. Si tratta di un’isola vulcanica, dal profilo montuoso e fatto di scogliere e cime ideali per gli amanti dell’escursionismo. Le sconfinate spiagge di sabbia bianca e nera sono il paradiso dei surfisti, la barriera corallina che la circonda è il massimo per chi preferisce snorkeling e diving. La vegetazione è folta, fatta di piantagioni di caffè e vaniglia in mezzo alle quali si aprono incredibili cascate e corsi d’acqua trasparente, in aggiunta a grotte naturali, giardini botanici e percorsi verdi con decine di specie endemiche di piante, rappresentative di tutti e cinque gli arcipelaghi. Tahiti è anche vivacità, musica, danze locali, esposizioni d’arte, spettacoli e creatività in ogni sua forma, capaci di far immergere nella cultura locale al punto da sentirsi parte di essa.

A 17 km da Tahiti, raggiungibile in traghetto, c’è Moorea, conosciuta come “l’isola degli artisti” per il fatto di averne ispirati a decine, primo fra tutti Paul Gauguin, e di ospitarne tutt’oggi: pittori, incisori, tatuatori e gioiellieri si sono stabiliti su quest’isola per lasciarsi ispirare dalla sua bellezza e trasferirla in tutte le loro opere. Non solo arte: montagne affilate e mare turchese convivono con innumerevoli specie di alberi da frutto e piantagioni: irrinunciabile qui è la degustazione delle marmellate di frutti locali (oltre 30 varietà), nonché una passeggiata tra i banchetti di venditori ambulanti di pesce e frutta. Tra case color pastello, fiori di ananas, giardini di ibisco e ukulele in sottofondo, a Moorea si trova anche la baia di Cook, il lido a cui approdò l’esploratore inglese e che il mondo intero ricorda per l’ammutinamento del Bounty. Qui è possibile praticare più o meno ogni tipo di attività, sia acquatica, come canoa, kite boarding, sci d’acqua, surf e immersioni, nuotando a fianco di pastinache, squali e tartarughe, che terrestre, grazie alle otto cime che sovrastano l’isola insieme ad un antico cratere vulcanico diventato oggi una valle lussureggiante da esplorare a piedi, a cavallo, in quad o in jeep.

Il massimo è poter conoscere queste isole via mare, lasciandosi guidare da skipper locali capaci di condurre nei meandri più nascosti dell’arcipelago o noleggiando in modo autonomo barche a vela e catamarani. La navigazione è estremamente tranquilla: non esiste una stagione umida, i venti restano costanti tutto l’anno e nelle zone prive di barriera corallina l’accesso alle isole è agevole. Del resto, per i polinesiani la navigazione non è solo un’arte millenaria ma anche una pratica spirituale e scientifica: sin dall’antichità, ai navigatori era richiesta una profonda conoscenza del cielo notturno, del moto delle stelle e dei cambiamenti della latitudine celeste durante tutto il corso l’anno. Questi fornivano direzione e latitudine in base alle quali veniva impostata la navigazione notturna e diurna, grazie al concetto di “bussola stellare”: uno schema mentale in cui l’orizzonte viene suddiviso in 32 “case”, ciascuna delle quali ampia 11,25° per formare il cerchio completo di 360°. Il navigatore polinesiano identificava le stelle al loro sorgere all’orizzonte memorizzandone la posizione. Il riferimento principale era la Croce del Sud, costellazione omologa della stella Polare in quanto anch’essa caratterizzata da una direzione fissa. Altre metodologie utilizzate erano osservare il moto delle onde, che permetteva di dedurre a ritroso la direzione del vento e di poter valutare la vicinanza alla costa prevedendo i cambiamenti delle correnti, e l’osservazione delle nuvole al tramonto e delle specie di uccelli che vi transitavano, capaci di rivelare la presenza di nuove isole.

La cucina polinesiana risente di influenze europee, asiatiche e locali che la rendono un meltin’ pot unico al mondo: il pesce la fa da padrone, soprattutto il tonno e le sarde, sia grigliati che crudi e marinati, seguito dai frutti tipici del territorio, quali banana, papaia, mango, pompelmo e cocomero, spesso e volentieri utilizzati per arricchire i piatti principali.

La popolazione, infine, è quella dell’immaginario collettivo: solare, accogliente e sempre disposta ad accompagnare i viaggiatori alla scoperta delle più affascinanti tradizioni locali, condividendo la loro saggezza, raccontando aneddoti e arricchendoli di informazioni uniche; gesti e attenzioni autentici e genuini, sempre accompagnati da un sorriso mai forzato e capace di trasmettere tutto il benessere che l’arcipelago emana. Fin dal primo istante: appena si mette piede sul suolo dell’aeroporto di Tahiti si viene proiettati in una dimensione vivace e tropicale grazie al tipico benvenuto con musica polinesiana e collane di fiori. Fin da subito si percepisce che il ritmo di vita sia diverso, così come la valorizzazione del tempo e la preziosità dell’attesa, grazie alla quale si ottengono alcune tra le cose più preziose per questi luoghi (e non solo): per ricavare un baccello di vaniglia di Tahaa – la più rara e desiderata dagli chef stellati di tutto il mondo – sono necessari 18 mesi dal momento dell’impollinazione; alla celeberrima perla nera di Tahiti occorrono dai due ai tre anni di crescita per raggiungere una dimensione media. Ed è giusto così: del resto qui tutto è guidato dal Mana, la forza vitale che circonda l’uomo ed è in grado di rigenerarlo, elogio della lentezza, del sorriso e del rispetto di un’inconfondibile tradizione millenaria.

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(in omaggio una guida Lonely Planet)

  

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